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Domanda & Risposta

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1 pensiero su “Domanda & Risposta

  1. Lucio Malfi

    Siamo nel bel mezzo di una terza ondata della pandemia ritenuta dagli esperti molto più contagiosa delle altre per cui vanno rafforzate le precauzioni. Tra queste, oltre alla mascherina e il distanziamento, c’è anche quella di non permanere a lungo in luoghi chiusi e affollati. Questo è il motivo per cui i cinema, i teatri, i musei, le sale per conferenze e molti altri luoghi sono chiusi. Le chiese sono luoghi chiusi e affollati ma sono aperte, malgrado il rischio di contagio sia relativamente più elevato perché le persone non stanno ferme, parlano e cantano aumentando le modalità di trasmissione del virus. Come spiegare questa palese differenza se non come un privilegio? Ricordando che Gesù non ha riservato ai suoi alcun privilegio, anzi li ha messi in guardia da questo pericolo, mi sarebbe piaciuto che la mia Chiesa avesse mandato al governo la seguente letterina: “Caro governo, ti ringrazio per il privilegio che mi concedi, ma siccome sono una chiesa cattolica e anche cristiana, rinuncio a questo privilegio. E poiché le chiese sono dei luoghi dove il pericolo di contagio è relativamente più elevato ed io ci tengo moltissimo alla salute dei miei fedeli, decido, in piena autonomia, di tenere chiuse le chiese fino a quando rimarranno chiusi tutti gli altri luoghi”. Purtroppo questa letterina non è stata spedita perché, evidentemente, non se ne condivide il contenuto. Anzi, giudicando dai comportamenti, sembra prevalere un orientamento opposto.

    A partire dalla quinta domenica di Quaresima abbiamo velato il Crocefisso con un drappo viola per procurare un salutare “digiuno degli occhi”, come lo chiamano i Padri della Chiesa. Dopo esser stati per un po’ di tempo senza poterlo vedere, quando il Venerdì Santo lo scopriremo un po’ alla volta, il Crocefisso ci apparirà in una luce nuova e potremo contemplarlo e adorarlo con intensificato ardore. Perché non approfittare della pandemia per un altrettanto salutare digiuno eucaristico e liturgico?

    Stiamo andando verso un periodo in cui la liturgia prevede più lunghe e frequenti permanenze in chiesa ma, a quanto pare, nessuno se ne preoccupa, evidentemente ritenendo di potersi comportare normalmente come se nulla fosse, mentre il virus dilaga. E’ illogico concludere che la salvaguardia dei riti sembra essere più importante della salute dei fedeli?

    A dir il vero a S. Giacomo qualche preoccupazione sembra sia sorta, come testimoniano due iniziative. La prima riguarda la limitazione a 50 persone della capienza della chiesa in modo da aumentare il distanziamento. La conseguenza, tuttavia, è quella di aumentare la probabilità di dover mandare a casa qualche persona in più. Siamo poi sicuri che l’aumento del distanziamento sia il più efficace strumento per ridurre il rischio di contagio e non invece una minor diffusione delle famigerate goccioline con un maggior silenzio? Non sarebbe stato più efficace qualche canto in meno e qualche persona in più?

    La seconda iniziativa riguarda la trasmissione in streaming delle messe e della liturgia pasquale. Pur intuendo la buona intenzione che la ispira, ritengo si tratti, come ho già spiegato l’anno scorso, di una iniziativa potenzialmente diseducativa. Induce a ritenere che lo streaming possa perfettamente sostituire la presenza, mentre non è affatto così. In streaming si “assiste” alla messa; in presenza si “partecipa”. Dovrebbe pertanto essere chiaro che chi senza gravi e motivati argomenti si astiene dal partecipare alla messa e la sostituisce, per pura pigrizia, con la visione sul pc o alla tv, non assolve il precetto festivo. Questa avvertenza, sia pure con linguaggio felpato e curiale, precede sempre la trasmissione della messa da parte della radio vaticana e andrebbe ripetuta anche nelle nostre trasmissioni. In secondo luogo alimenta la cosiddetta “sindrome da riserva indiana”, cioè l’idea di essere soli e quindi di doverci procurare in proprio i riti necessari. Facciamo invece parte di una Chiesa più ampia che è quella diocesana e di una ancora più ampia che è la Chiesa universale. Entrambe hanno le nostre stesse esigenze e provvedono a celebrare la nostra stessa liturgia. Perché non riunirci spiritualmente ad esse utilizzando le loro trasmissioni come abbiamo fatto l’anno scorso? Non c’è alcun bisogno di ricorrere a una perniciosa autarchia liturgica mediatica.

    Lucio Malfi

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